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Utente: pipework
Nome: Massimo
Tanti viaggi, un po' melanconico, soprattutto ingegnere. ...Ma sì, è vero! E' un profilo troppo corto. Dunque, anch'io scrivo libri, ne ho fatti quindici. Non li conoscete perché sono in Turco ed ho usato uno pseudonimo. Ma me li hanno pubblicati tutti ed hanno avuto molto successo. Poi ho dei brevetti, almeno uno. Quando ho avuto tempo ho anche recitato. Me lo ricordo sempre: "Cittadini deputati, l'ora è grave". Facevo Robespierre in prima media. Ah sì, ho fatto anche televisione. Soggetto, sceneggiatura, un po' di regia, cameraman...Tutto. Ho fatto interviste e scritto articoli su giornali e riviste tecnico scientifiche. Mi sono occupato anche di politica. in quaranta giorni il mio gruppo aveva cento persone, qualche migliaio di voti, sei consiglieri comunali in una città di centomila persone. Poi mi sono annoiato subito. Perché io mi annoio subito e, in generale, amo le persone sincere ed odio quelle false. Così sono anche sicuro di aver qualcosa in comune con te.

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domenica, 05 luglio 2009

Esiste.





Esiste, esiste.

Domandarsi chi, significa ammettere ignoranza. Tanto più colpevole perché difficilmente ammendabile. E’ così. Decise che il solo fatto di esserci stava prevaricando la realtà: preferì quest’ultima.

Io la conobbi poco prima o poco dopo. Si tratta di un passato poco lontano, ma non ricordo. O semplicemente non lo so, perché non conosco l’attimo in cui la decisione fu tratta. Rimanemmo in contatto. E se pur nella sua nuova (ma originaria) veste, la passione per il divertissement ed il calembour intelligenti continuava a trasparire.

Uno di questi momenti, io lo trasformai in una scusa per visitarla, per vedere le sue terre. Mi ci recai in macchina, immaginando giustamente la carrozza ormai desueta anche da quelle parti. Arrivai almeno un’ora prima, in modo da darmi il tempo di ambientarmi e di vedere l’abitato. La mia timidezza mi costrinse a nascondermi dietro la forma di una fotocamera. Con essa apprezzai il gusto metafisico di vie linde e vuote, di pareti e strade curve, di linee lastricate che suggeriscono prospettive erronee.

Assieme ad un’anziana dama, costituii il primo nucleo del capannello di notabili che si sarebbe formato alla porta del suo palazzo. Il mio aspetto affidabile mi permise di discorrere brevemente con la dama, benché non fosse accompagnata e nonostante l’aggressività della fotocamera.

Gli abiti degli altri rimandavano una curiosa eco, distante alcuni mesi, dei vestiti che ero abituato a vedere tutti i giorni. Quasi fossero stati attratti verso il passato da quelli, classici e sontuosi, della signora del luogo. E pur tuttavia, delle grida di modernità sgradevole (un tatuaggio, un orologio pataccone, un abito da sera fuori luogo) tagliavano l’evidente omogeneità.

Entrammo uno a uno, lasciando il tributo d’uso a delle funzionarie. Già privilegiati perché ci stavamo avvicinando, lo eravamo ancor di più perché potevamo contribuire alla pompa ed al lusso che si confanno alla nostra signora. Ragioni di sicurezza ci impedirono di andare oltre il cortile del palazzo.

Le arcate su una parete incorniciavano le sale. Una cerimoniera osservò la banderuola in cima al campanile e disse che essendo rivolta in quella tal direzione, non vi sarebbe stato pericolo di pioggia.

Le prime gocce non tardarono. Furono aperte le porte delle stalle onde offrire a noi un riparo. Ma il non poter godere della visuale completa fu deterrente sufficiente. Preferimmo  addossarci alle mura del cortile interno, falsamente protetti dalla minima sporgenza delle gronde. Oppure ci  stringemmo sotto i rami del grosso albero al centro della corte.

I pochi che si rifugiarono nelle stalle non furono più visti.

Fu annunciato l’inizio. Gli officianti, protetti dagli archi, ripetevano parole e frasi stabilite da secoli in un modo nuovo e partecipato, cullate affatto dall’accento locale.

La pioggia, l’attenzione, l’emozione ci stremavano. Alcuni di noi credevano ormai di riconoscere negli officianti volti di persone note. Io stesso ho sentito dire che proprio che colei che impersonava il nome stesso della rappresentazione sarebbe stata “la moglie separata di Tizio”. Supporre una vicinanza con i personaggi della corte della nostra signora: pazzi!

E quando infine lei si è mostrata, tutto è cambiato. Le sue vesti, pur da me già conosciute, mi parevano rifulgere rispetto a tutte le altre. La sua voce, che io ero uso sentir virtuoseggiare tra pinocchi, capitoni e aforismi, era adesso prestata completamente alla cerimonia.

Il mondo era divenuto molto più semplice. Noi, sotto l’acqua, attenti a qualsiasi sillaba dicessero, a qualsiasi movimento facessero. Lei e la corte, apparentemente ignari di noi, totalmente concentrati sulle loro antiche parole, sui loro studiati movimenti.

Ma era necessario, lo capimmo tutti quando spiovve e ci potemmo redistribuire nella corte.

Alla fine uno sguardo severo di lei volle rimarcare il concetto.  A me, tuttavia, rimane il dubbio che lo sguardo fosse un rimprovero nei miei confonti.

Uscii velocemente, raggiunsi la macchina e guidai meccanicamente. Fino a che mi ritrovai in una stradina tutta curve talmente stretta che avevo timore a proseguire. Il navigatore era impostato su “percorso pedonale”.
postato da: pipework alle ore 18:10 | link | commenti
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sabato, 04 luglio 2009

Preoccupante

 


Parlando appunto di metanolo, quella bella ragazza tedesca mi chiese di provare il giradischi e di farle sapere cosa ne pensassi.

Ne ero contento. Sentivo in cuor mio che poi giradischi, braccio e testina avrei potuto tenermeli. Nondimeno, notai che il motore della mia macchina non andava più tanto bene, nè con il metanolo, né con una miscela etanolo-metanolo.

Alla bella ragazza dissi la verità, temendo perciò che riprendesse subito il giradischi

Poi per fortuna mi son svegliato e son schizzato giù dal letto.
postato da: pipework alle ore 17:47 | link | commenti (1)
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martedì, 30 giugno 2009

Mi andava così




Stasera ho fatto un po' di violenza ai colori di una specie di cipolla.

Ma appena appena.
postato da: pipework alle ore 22:32 | link | commenti (4)
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sabato, 13 giugno 2009

Gatti





Ci sono passato davanti proprio oggi e per questo mi è tornato in mente. Convivevo ancora. Decidemmo di prendere un gatto per la sua bambina, ma lo facemmo ad autunno inoltrato.

Ci guardammo un po' in giro, controllammo su internet... Ma eravamo davvero fuori stagione.

Andammo quindi ad un gattile titolato. Con tanto di bollo (e contributi) del comune di Milano.

Dietro ad un grosso cancello di lamiera, ci aprì una ragazza vagamente spettinata, una sigaretta nervosamente in mano. Spiegò subito come stavano le cose. Avremmo dovuto versare un contributo, ma le vaccinazioni per il primo anno sarebbero state gratuite. Sarebbero venuti a casa dopo una ventina di giorni per controllare come si fosse ambientato il gatto.

Descrivemmo quella che a noi sembrava una situazione idilliaca, almeno dal punto di vista di un gatto. Sia io che lei ne avevamo sempre avuti. Abitavamo in una casa al pianterreno con un grande terrazzo che dava sul giardino condominiale interno. No, non c'erano strade a grande scorrimento vicino a casa...

Inizia a spiegarci che il gatto è un animale molto delicato...

- Carino questo qui nella gabbia - Era una specie di voliera...
- Ah no, questo non è disponibile, deve ancora finire il ciclo di vitamine. -

Era, giuro, un gattino vispissimo ed in carne.

- E questo?
- E' ancora sotto controllo, forse fra due o tre settimane
- Questo qui?
- I gatti, specialmente quelli piccoli, sono molto delicati e soggetti ad infinite malattie - Scuoteva la cenere scordandosi che il fumo passivo fa molto male ai mici - E soprattutto sono malattie che si trasmettono molto, molto facilmente. I gatti, insomma, devono stare in casa.
- Ma veramente - interveniamo entrambi - I nostri gatti son sempre stati fuori, senza troppi problemi. Come si fa a chiudere un gatto in gabbia?
- E invece è importantissimo - risponde piccata, ma con sufficienza - io abito al quarto piano ed ho messo delle reti a tutte le finestre perché altrimenti il gatto si lancerebbe di sotto!
- Si lancerebbe?!
- Certo! Il gatto ha questo istinto, ma è pericoloso per lui. Io voglio bene al mio micio.

Tra me e me esprimevo al solidarietà al povero gatto: anch'io mi sarei lanciato dal quarto piano, al posto suo.

Intanto la bambina guardava stralunata la ragazza, che continuava a scuoter la cenere.

Ci avviciniamo ad una grande gabbia da cui arrivava un fetore tremendo...

- Questi sono gatti randagi che sono stati portati qui.
- Forse non sono la cosa migliore per una bambina, no?!
- Eh, certo, direi proprio di no.

Entriamo in una baracca. Anche qui il fetore.

- Entrate tutti dalla prima porta, chè poi la chiudiamo ed apriamo l'altra. Non possiamo rischiare di far prendere dei colpi d'aria ai gatti, son troppo delicati.

Apriamo la seconda porta, ci immergiamo nell'odore tremendo di una ventina di gatti riuniti in una stanzetta.

- Sono gatti domestici che ci sono stati portati. Sapete, padroni anziani, gente che cambia idea.

Un micione nero miagola fortissimo. Lo guardo, lui mi fissa con gli occhi sgranati ed inizia a fare delle fusa rumorosissime. Lo accarezzo dietro la testa.

- Non lo aveva mai fatto.
- Chissà, devo proprio piacergli. Questo lo possiamo prendere, anche se è un po' grande?
- No, assolutamente. E' cresciuto con quello bianco e nero, quello là. Non possiamo separarli perché potrebbe esser pericoloso per loro.

La bambina guardava la ragazza in modo sempre più stralunato.

- Ma insomma - chiediamo - per tutti i gatti ci son dei problemi o c'è da aspettare... Siamo sicuri che tornando tra qualche settimana riusciremo a riportare a casa un gatto?
- Sinceramente non so, bisogna vedere... Sapete, il pianterreno, il giardino...

Ci salutammo con improperi.
postato da: pipework alle ore 20:25 | link | commenti (15)
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venerdì, 12 giugno 2009

Volontariato/2





Ad esser davvero onesti, la spinta a montar la guardia alle tombe dei Savoia non era causata solo da altruismo e abnegazione.

Mi affascina, io che discendo da poveri carbonai emigrati in Maremma, l'idea di poterni avvicinare ai reali che hanno guidato l'inizio la nostra Italia, i cui discendenti ancora pervadono la nostra vita, che hanno ispirato il nome del nostro piatto più famoso.

Mi immagino anch'io, il braccio ornato dal loro stemma, il corpo slanciato dall'elegante divisa.
postato da: pipework alle ore 20:25 | link | commenti (2)
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martedì, 02 giugno 2009

Fiabe





C'era una volta un orco a cui piaceva tanto la pizza... Continuate voi.
postato da: pipework alle ore 13:51 | link | commenti (14)
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domenica, 17 maggio 2009

Punti di vista.




Una mia amica ha detto che questa foto è quasi metafisica. Gente esperta ha analizzato l'importanza del bianco, che sospende in aria l'architettura. La foto è arrivata terza ad un concorso online di fotografia (con ben due voti :-)! )

Io, che avevo appena fatto un giro per i quartieri con case di legno ottomane, decrepite, sono rimasto colpito dal complesso del Topkapi, così isolato dal resto della città. Ho usato una focale equivalente di quattrocentottanta millimetri per comprimere ulteriormente la prospettiva, già schiacciata dalla luce fredda, diffusa e senza ombre.

A posteriori potrei dire di aver voluto fotografare un teatro vuoto, dove il tetto chiaro è il bordo del palcoscenico ed i palazzi e le torri sono una quinta dipinta.

Il risultato è qualcosa di poco confortevole, freddo, affilato. Una specie di materasso per fachiri.

P.S. Dentro al Topkapi, a parte l'ovvio diamante, raccomando la visita alle sale con le fialette che contengono peli della continuamente rammentata "Barba del Profeta"!
postato da: pipework alle ore 15:09 | link | commenti (15)
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domenica, 10 maggio 2009

Domande




Quella cappelletta è in provincia di Pistoia, su una meravigliosa strada panoramica, proprio in cima ad una salita. Ogni volta che ci passo davanti rallento, quantomeno. Spesso però mi fermo proprio. Credo di averle fatto veramente tante foto.

Il fatto è che non capisco. E' espressione di religione popolare? C'è della magia o del paganesimo? Non ci sarebbe da stupirsi, Pistoia è terreno fertile.

Ad ogni modo, non riesco a rispondermi. So solo che mi inquieta.
postato da: pipework alle ore 22:43 | link | commenti (7)
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sabato, 02 maggio 2009

Un'idea per il ponte




Un'idea per il prossimo ponte del primo maggio: raffreddore, mal di gola e congiuntivite.
postato da: pipework alle ore 18:46 | link | commenti (10)
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sabato, 25 aprile 2009

L'altra faccia della medaglia




Effettivamente questi viaggi possono avere anche una faccia piacevole di scoperta e di relax. A me, però, tocca sempre la faccia sbagliata.

Quella mattina, invece di andar sulla spiaggia, salgo su un'utilitaria giapponese guidata da un indiano. L'odore di benzina è talmente forte che passo il tragitto con la mano sul pulsante di sblocco della cintura, per potermi lanciar fuori in caso di incendio.

Sono  inquisito da due giovani sceicchi. Usando un po' di chimicorum abbatto la diffidenza e, anzi, alla fine ci troviamo gomito a gomito a disegnare progetti di impianti innovativi e profittevoli.

Uno dei due mi dice che la sera avremmo socializzato. Faccio un sorriso, domandandomi che cosa avesse voluto dire.

Vengo riportato in hotel con la stessa vettura, la mano sempre sul pulsante di sblocco della cintura.

Mi sdraio sul letto per rilassarmi, ma squilla il telefono. Altri due indiani, alle dipendenze degli sceicchi, vogliono parlarmi. Caffè, discussione.

Torno in camera, ma è già l'ora della socializzazione. Lo sceicco guida la Range Rover come un assatanato. Oltre a lui ci sono due persone. Uno di loro parla un perfetto italiano.

Arriviamo in tempo per presenziare all'inaugurazione del torneo di golf del Golfo Persico. Il mio sceicco si siede in prima fila tra gli altri membri della famiglia reale.

Fine della cerimonia, partiamo nuovamente.  - Stasera c'è un matrimonio importante, quello del figlio del ministro degli esteri. - Andiamo di corsa lì. Così, in fila ordinata tra notabili locali ed ambasciatori, percorro almeno un centinaio di metri per stringere la mano allo sposo, al padre e ad un'altro.

- Ma la sposa dov'è? - Domando ingenuo.
- La sposa è al ricevimento delle donne, ovviamente.  - Mi si risponde.

A fine serata, vengo accompagnato in aeroporto... Cinque ore prima del volo.

Aspetto almeno due ore appollaiato sulla valigia, aspettando che aprissero il check-in.

Ma il giorno dopo sarebbe stato peggio.
postato da: pipework alle ore 20:28 | link | commenti (2)
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domenica, 19 aprile 2009

Tempi moderni




I fantasmi di oggi hanno jeans e scarpe da ginnastica.
postato da: pipework alle ore 14:15 | link | commenti (8)
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Giochi pericolosi





Tra tanti bambini che giuocavano, ieri ce n'era una che piangeva. :-)
postato da: pipework alle ore 13:32 | link | commenti (1)
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mercoledì, 15 aprile 2009

La prima volta




Il primo assaggio non fu un granché. L'aereo atterrò di notte in una Teheran bianca di neve: era il mio primo viaggio per lavoro e mi avevano nominato esperto di elettrochimica.

In realtà tanto esperto non ero. All'uscita dal baggage claim, abboccai ad un tizio che disse di essere il mio autista. Appena passata la porta dell'aeroporto realizzai la bischerata che avevo fatto. Ma ormai era troppo tardi.

All'autista si aggiunse un omaccione che, sorridente, contribuiva ad accompagnarmi verso l'auto, un taxi.

Salimmo tutti. Mi fecero capire di essere in grado di cambiarmi i dollari ad un tasso vantaggioso. Il loro. Non mi sentii di contrariarli e tirai fuori il portafogli, dove avevo qualche soldo. Il grosso era arrotolato in un sacchetto che avevo al collo. Mi sentivo un po' come un san bernardo.

Mi portarono per Teheran, di notte, per una buona ora e mezza. Non conoscevo la città, mi ricordo solo la piazza con il loro famoso monumento del piffero. Finimmo in una stamberga.

Mi dissero che per quella notte avrei dovuto dormire lì. Tutto qui. Lo scopo era semplicemente procurar clienti a quell'albergucolo.

Mi sentii riprendere. Chiesi un fax per avvisare il mio cliente. Mi risposero che non ce l'avevano e che lo avremmo cercato l'indomani.

Frugai nei miei bagagli e tirai fuori una lettera. Era l'invito del Ministero dell'Energia.

- Bene - dissi - questi signori mi stanno sicuramente cercando. Magari domani glielo spiegherete voi cos'è successo.-

Fummo in un baleno di nuovo in aeroporto.

All'arrivo l'autista chiese di esser pagato per il "servizio". Risposi che i dollari li avevano già presi: per non aver altri problemi, comunque, gli detti qualche pacchetto di Marlboro.

Il resto del viaggio fu semplicemente fantastico, per le persone che conobbi. E anche stasera ho un po' di nostalgia.
postato da: pipework alle ore 22:29 | link | commenti (5)
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lunedì, 30 marzo 2009

Un caffè e quattro tè






Avevo fatto bene la mia parte di turista. Mi avevano addirittura tirato dentro un ristorante con vista sull'attracco, con americani, francesi, giapponesi.

Il caffè, però, lo volevo serio.  Giro il paese, ci voleva ben poco. Un posto mi ispira di più. Vecchio, polveroso, pieno di gente che fuma.

Il posto adatto per un caffè turco? Entro.

I tavoli sono pieni di tessere cn incisi sopra dei numeri. Qualcosa tra lo Scarabeo ed il domino. Tutti giocano con professionalità, in silenzio. Si sente solo il rumore delle tessere.

Mi avvicino a quello che sembra il banco del bar. Un vecchietto con cappello Adidas, quasi una papalina, mi guarda interrogativo. Sorrido e chiedo un caffè. Annuisce.

Al tavolo proprio accanto c'è una sedia libera, in angolo. Chiedo ad uno dei quattro giocatori se posso sedermi. Quello più vicino annuisce, anche lui. Senza distogliere lo sguardo dalle tessere, mi allunga una delle sue sigarette.

Ringrazio e fumo. Cerco di capire come funziona il gioco, ma non ne vengo a capo. Inutile sforzarsi, in fondo quel che mi piaceva non era il gioco, ma l'atmosfera che mi ricordava tanto le vecchie case del popolo in Toscana. Tiro fuori la Canon e brocciolo in Inglese se posso fare delle fotografie. Sono sicuro che non mi abbiano capito, ma hanno visto la macchina e annuiscono. Ovviamente.

Il mio vicino segna i punti su un foglietto. Intanto arrivano quattro tè per i giocatori ed un caffè per me. Lascio depositare la polvere mentre continuo a guardare. Buono. Il caffè che cercavo.

Finita un'altra mano, uno dei giocatori, mi chiede in francese se conosco il francese. Dico di sì e lui infila cinque minuti buoni di turchese. O forse era proprio francese, ma troppo veloce per me. Spiccico qualche parola in risposta e sorrido. Annuisco anch'io.

Ma è già tardi, il traghetto sta per ripartire. Mi alzo, saluto e mi volto verso il banco del bar. Mi trovo di fronte il barista che sorride mentre mi allunga una sigaretta. Scuote la testa ed indica il mio vicino: aveva pagato lui.

Una pacca sulla spalla, un grazie, e me ne vado.
postato da: pipework alle ore 23:34 | link | commenti (18)
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sabato, 28 marzo 2009

Golfo





Masticavo i granelli di sabbia che il vento mi metteva in bocca. Era domenica mattina, non faceva caldo ed il mio maglioncino di cachemire ci voleva tutto.
Anzi, mi stupivo della protervia di tutti gli altri. Come potevano mettersi in maniche corte solo per questioni di latitudine?

Poca gente a giro. Nessun locale, solamente i soliti pakistani. Uno o due occidentali che facevano footing, la solita umidità. Tanto vento.

Un lungo parco, completamente vuoto. Mi fermo davanti ad un cartello minaccioso: hanno fatto i divieti, mancano i contravventori.




Proseguo la mia passeggiata. Incrociando qualcuno abbassavo lo sguardo. I Pakistani invece no. Continuavano a fissare, con quell’alterigia che avevo visto in un paio di film di Pontecorvo.

Le donne erano quasi inesistenti. Quelle poche uscivano da una porta di un palazzo per rientrare subito in un altro. In quei momenti abbassavo platealmente la macchina fotografica, per dimostrarmi innocuo.

E quindi le poche foto sono state ai palazzi di vetro, che si distinguevano l’un l’altro solo per il particolare di un arabesco.




Fortuna che il giorno dopo sarebbe cominciato il lavoro.
postato da: pipework alle ore 23:40 | link | commenti (2)
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