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lunedì, 31 ottobre 2005

Se fossi...





E’ successo tanti anni fa. Io e Daniele passammo a salutare Sahid nel negozio di tappeti della sua famiglia.

Sahid, come al solito, ci accolse con calore. E ci invitò a casa sua per quella sera.

Accettammo subito l’invito: c’era in programma un incontro tra Baha’i venuti a Pistoia da diverse parti d’Italia.

Baha’i. Non avevo la minima idea di cosa fossero. OK, sapevo che c’era di mezzo una religione, che erano dovuti scappare in fretta e furia dall’Iran ai tempi di Komeini. Ma per il resto…Il babbo di Daniele mi venne in aiuto e mi raccontò qualcosa. I Baha’i sono i seguaci del profeta Bahá’u’lláh, nato in Persia nel 1817. Un tizio – me lo immagino – assolutamente moderno ed assolutamente tenero.

Pensate ad una persona che nel 1800 diceva: - Se dovete scegliere a quale dei vostri figli permettere un’educazione, fate studiare le femmine. Sono loro che educheranno i vostri nipoti”

Scrisse un’infinità di lettere ai potenti del tempo, invitando alla pace, alla fratellanza, alla cessazione delle guerre. Mi immagino la faccia dei re e dei ministri che ricevevano queste missive dalla Persia.

Ebbe un’intuizione geniale. Il sito dei Baha’i presenta la propria religione in questo modo:

“What people see as different religions have been successive interventions by God, aimed at the gradual civilizing of human nature. These interventions have been the real source of values, ideals, and standards.”

Insomma, il profeta Bahá’u’lláh affermò che tutte le religioni affermano la medesima verità, espressa per il tempo e per la società in cui esse furono rivelate.

Mi ricordo tutto benissimo. Seduti su un grande tappeto di seta. Argomenti grandi.

Ebbi un piccolissimo colpo di fulmine. Lo avemmo in due. Io ed una ragazza di Roma, di cui purtroppo adesso non ricordo il nome (e me ne vergogno un po’). Gli occhi neri delle Persiane mi hanno fatto sempre un certo effetto.

Precisai di non essere credente. Credetti corretto farlo. Nessuno si scompose. Feci degli interventi da laico e da ateo, anche provocatoriamente. Quello che dissi fu accettato ed entrò a far parte della discussione come contributo essenziale.

La ragazza, che faceva l’accademia d’arte, schizzò un mio ritratto. Parlammo e rimanemmo vicinissimi per tutta la serata. Un po’ come studenti indisciplinati che confabulano durante le fasi pregnanti della lezione

Però continuavo ad essere attento. Mi affascinava come citazioni da Maometto e dai Vangeli potessero stare così bene assieme. Mi colpiva che opinioni tanto aperte e profonde potessero essere espresse da anche da ragazzini di meno di quindici anni.

La ragazza mi spiegò che tale dialettica era frutto dello studio cui ogni Baha’i si sottoponeva.

La serata finì. Con un appuntamento a Roma.

Circa un mese dopo io e Daniele prendemmo il treno ed andammo. L’appuntamento era al Mac Donald davanti alla stazione Termini.

D – Eccola, arriva!

M – Ma non è lei!

D – Certo che è lei!

M – Non me la ricordo così… Io me la ricordo più…

Neppure la ragazza, evidentemente, mi ricordava così. Rimase con noi una mezz’oretta, poi ci diede qualche consiglio sulle cose da vedere e ci salutò.

A parte tutto, se fossi credente, sarei Baha’i.


postato da: pipework alle ore 15:16 | link | commenti (9)
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martedì, 25 ottobre 2005

Tabù alimentari



Incrocio le dita.

Se a Paparazzi-nger gli gira per il verso giusto, non ci sarà più bisogno di esser principi, presidenti del consiglio o di aver versato oboli alla Sacra Rota: anche noi separati e divorziati normali potremo metterci in coda per assaporare un'ostia.

Potrebbe andar bene con un'idea di caviale, una fettina sottilissima di uovo sodo ed un ottimo prosecco. Mi è sempre sembrato che il vinsanto fosse un pessimo abbinamento.
postato da: pipework alle ore 10:50 | link | commenti (24)
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lunedì, 24 ottobre 2005

Nautilo



"Ma è bellissimo!!!"

Il doganiere tedesco annuisce, sorride e mantiene per qualche secondo l'immagine sullo schermo dello scanner a raggi X. La guardiamo assieme.

Non è più una conchiglia delicata, ma una elegantissima spirale di linee verdi. L'interno è diviso in tante camere che crescono con regolarità ferrea, unite ciascuna all'altra da una piccola valvola.

Ha la perfezione della matematica e la bellezza fine a se stessa delle Variazioni Goldberg.

Il nautilo. Me lo ricordo dai tempi del primo "Quark", quando ancora andavo alle medie, questo fossile vivente che si credeva estinto. E invece continuava a salire e scendere nel mare, continuava a riempire o svuotare di gas le camere della conchiglia.

Una bancarella in un mercatino di San Paolo ne aveva due ed io non ho saputo più resistere: ho preso quello grande.

Arrivato a casa ho dato al nautilo il posto più importante della vetrina del soggiorno, ma ho continuato a disturbarlo. Mi piace rigirarmi tra le mani questo oggetto grosso e leggero, delicato.

Con lui mi sento persino un po' solidale.
postato da: pipework alle ore 13:13 | link | commenti (9)
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Business contacts

Sono rientrato Sabato da una importante fiera in Brasile. E'sempre difficile entrare in un nuovo mercato senza contatti di riferimento.

In questi giorni ne abbiamo trovati parecchi: ho pensato di condividerne qualcuno.










postato da: pipework alle ore 09:02 | link | commenti (9)
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venerdì, 21 ottobre 2005

Edizione straordinaria




Non lo avrei mai creduto possibile. Persino la mia Canon si è ribellata, sballando clamorosamente la messa a fuoco.

Eppure, eppure... quello con gli occhiali è pipework ad una fiera a San Paolo.

postato da: pipework alle ore 02:56 | link | commenti (13)
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giovedì, 20 ottobre 2005

High society



Quando ha saputo che ci sarei stato anch'io, S., il vicepresidente degli industriali, ha accettato volentieri l'invito a cena. Viene scelto uno dei migliori ristoranti di San Paolo. Una via luccicante di vetrine di nomi italiani e francesi, a due passi dalla Avenida Paulista.

S.e gli altri erano già adattendermi. Tutti eravamo vestiti in modo elegante e formale.

Le presentazioni. Poi veniamo accompagnati al nostro tavolo. S., amichevole, gioviale e raffinato, intrattiene una piacevole conversazione. Parliamo di affari, di mondo, di natura, di jet privati, di città. In inglese, in italiano, in spagnolo, in portoghese.

I camerieri, intanto, sfarfallano soavi dietro gli schienali delle nostre sedie.

Una mia domanda e S. si interrompe per un attimo, fa un cenno ad una persona e questa si avvicina al tavolo. Mi alzo e la seguo per corridoi e gradini.

Andiamo dall'esperto che dirimerà la questione.

In Brasile si sala la carne prima di metterla sulla griglia.
postato da: pipework alle ore 14:27 | link | commenti (5)
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martedì, 18 ottobre 2005

Dovere di cronaca



Tornare a San Paolo, dove aveva vissuto alcuni anni, è stata un'esperienza che ha reso J. entusiasta. Ha portato me e G. a spasso per la città, a conoscere i posti che continuava a raccontarmi da mesi.

La città è piena di ombre, ma ha anche tante luci. La zona attorno alla Faria Lima, ad esempio, è piacevolissima e viva. Quella attorno a Piazza della Repubblica (non chiedetemi di ricordare come si scrive in Portoghese), caratteristica ed animata da un mercato di artigianato e pietre dure. Mi son comprato anche un geode di ametista di dieci chili, per sostituire quello che la mia ex moglie si è portata via e che ne pesava solo sei.

E poi, la vita notturna. Che a San Paolo non ha freni. Per la prima volta dopo tanti anni di viaggi sono entrato in un night.

J.  ha contrattato con il buttadentro: potevamo entrare per vedere l’ambiente, senza pagare.

Andava bene. Locale grande, piuttosto affollato, tantissime donne.

Ci fanno accomodare proprio sotto ad un palchetto dove stanno ballando (meglio, dondolando) due ragazze con addosso solo un tanga. La mulatta è longilinea, belle gambe, bel sedere, seno appena accennato. La bianca è esattamente il contrario, un tantino più volgare. Nessuna delle due ha il viso che piace a me.

Arrivano delle birre e poco dopo delle altre ragazze ci si siedono accanto. Quella accanto a me è carina, ma niente di che. Mi dice come si chiama, le dico come mi chiamo. Dopo poco capisce l’aria che tira e sparisce.

Nel frattempo, ne intravedo da lontano una vestita con mutandine e reggiseno di pizzo rosa. Mi colpisce il fisico, perfetto. Non credo che lei si sia accorta della mia occhiata, anche se non ci potrei giurare. Fatto è che dopo dieci minuti era seduta accanto a me.

Mamma mia. Mi dice come si chiama, le dico come mi chiamo. E’ veramente molto bella.
Fa una mossa semplice ed efficace: mi prende una mano. Io sono particolarmente vulnerabile. Il più grosso, l’unico mio vero colpo di fulmine l’ho avuto toccando la mano di un’amica.

Sul palco c’era ora una ragazza bassetta vestita da scheletro.

Tenendomi ancora la mano, mi porta a toccarle una coscia. Morbida, perfetta. Anche nel colore, di un bronzo appena accennato.

La ragazza sul palco non è più vestita e si dimena distesa sul palco a gambe spalancate. Ma non è neppure rumore di fondo. Paula mi mette la mano sulla sua puppa sinistra (io sono toscano e le chiamo così!). Più quarta che terza, rotonda, soda.

Non c’è più bisogno che mi guidi le mani: faccio da solo. Ed è bellissimo.

Sul palco due si accoppiano svogliatamente in varie posizioni. - Sembra chissacché, ma in realtà sono marito e moglie. Hanno anche dei figli – mi dice Viviana, un’altra che era seduta alla mia destra e che parlava un inglese intellegibile.

Non può importarmene meno: scopro che un brivido involontario percorre Paula se le passo con una certa pressione le dita dalla nuca al fondo della schiena. Mi inorgoglisco un pochino, perché la immagino avvezza ad essere toccata.

Appoggio il viso sul suo seno e inspiro il suo odore. Mi passa le dita tra i capelli e mi dice di salire di sopra con lei. Scuoto la testa, continuo a respirare.

Si alza. Posso vederla da dietro. Sfioro, accarezzo, stringo il più bel sedere che abbia mai visto.

Insiste. Annuso i capelli. Le mordo il lobo di un orecchio. Lei ricambia. Insiste.

Cerco di spiegare, lentamente, in inglese ed in italiano. Ma lei parla solo portoghese.

Non ho mai toccato niente di più bello.

E’andata così per quasi tre ore e dopo l’ho pagata. Naturalmente non sono andato a letto con lei.

Non volevo rischiar di rovinare un bel ricordo.
Non mi interessa una donna se (come ho detto qualche volta, un po’ pomposamente) non posso averla tutta. O quantomeno, senza che lei me lo faccia almeno credere.

Sono uscito sereno. Indifferente a quello che Paula potesse pensare.

Ma con un certo senso di inadeguatezza.
postato da: pipework alle ore 04:46 | link | commenti (16)
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domenica, 16 ottobre 2005

Tipi strani



Chiusi sull'aereo: "Il velivolo sta rullando, ma non stiamo andando verso la pista. Siamo diretti alla Lufthansa Technik. Abbiamo un probema ad uno dei motori (!) e dobbiamo fare delle verifiche che porteranno via una decina diminuti, ma non dovete preoccuparvi perché il piazzale è veramente molto vicino alla pista e quindi potremo recuperare il tempo perduto."

Questo è stato l'ultimo annuncio che avevano fatto. Due ore prima.

Se l'aereo fosse stato pieno di Italiani, sarebbe successo un quarantotto. Ma quel 340-600 era diretto a San Paolo ed a Santiago. Gente più fatalista, in sudamerica.

Due poltrone a destra della mia c'era uno sguardo focalizzato in un punto preciso del vuoto. Quel ragazzo cinese era totalmente concentrato, pronto a sguainare una lama e tagliare la testa del drago che stava fissando. Impassibile. Freddo.

Io intanto friggevo. Odio aspettare. Scambiavo due chiacchere con S., la ragazza italiana che fortunatamente (per me) mi sedeva accanto. Provavo a sonnecchiare.

Allo scoccare della seconda ora il cinese si è mosso. Ha aperto lo zaino, ne ha tratto un paio di piccoli dizionari ed un taccuino. Si è girato verso S. e le ha mostrato una domanda scritta prima in cinese e poi in spagnolo: "Perché siamo fermi?"

Poi è tornato alla pagina precedente e le ha mostrato un'altra pagina, sempre con una riga in cinese ed una in spagnolo: "Per favore rispondi per iscritto".

Ha sfogliato il taccuino ad una pagina bianca e lo ha passato a S., che ha scritto la risposta in spagnolo.

Il cinese ha ringraziato con un sorriso teso e con un cenno del capo. Ha iniziato a sfogliare nervosamente i dizionari ed a cercare le parole.

Prima della quarta ora, quando finalmente siamo riusciti a partire, si era fatto il quadro della situazione.
postato da: pipework alle ore 04:50 | link | commenti (14)
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mercoledì, 12 ottobre 2005

Ingegneri ed architetti



Quando ho visto questa semivulva sono rimasto folgorato. L’ha fatta uno degli architetti più conosciuti di Bergamo, evidentemente in un periodo in cui la moglie non gliela dava.

D’accordo, dato che sono un ingegnere potreste dirmi che sono prevenuto. E’ vero, sono prevenuto. Mi ricordo il professore di chimica ad una delle prime lezioni in facoltà: “Ragazzi, state sempre attenti a quelli con il farfallino. Spesso sono architetti”

Però è anche vero che rallento sempre quando passo da Firenze Nord, per rivedere quella meraviglia della chiesa del Michelucci, mio illustre concittadino.

Un giorno, appunto a Pistoia, ero andato da un vetraio a farmi tagliare dei pezzi per delle finestre. Un florilegio di imprecazioni e bestemmie. Ce l’aveva con un architetto che s’intendeva di fare il bancone di un negozio con un lungo pezzo unico di vetro, senza zampe, fissato al muro solo tramite uno dei lati più corti. Il vecchio artigiano, gli occhi rossi dall’indignazione per l’offesa alla Scienza delle Costruzioni, mi raccontò che invece il grande Michelucci andava da lui con delle idee, chiedeva consigli, si informava… E solo dopo stendeva il disegno finale.

Implicitamente queste poche righe hanno già detto come la penso, ma devo a Notforever una spiegazione più articolata. Quindi, due passi indietro.

Anni fa tornai al mio liceo per presentare la mia facoltà a quelli del quinto anno. Riscossi un notevole successo perché spiegai che ingegneria è un impegno che assorbe completamente (o quasi), è un lavaggio del cervello che stravolge e spesso lascia tare…. Ma in compenso garantisce un lavoro e fornisce un semplice set di strumenti per descrivere il mondo fisico (o per definirlo, per i migliori), una maniacale attenzione al lato economico e soprattutto tanto solido senso pratico.

Neppure allora mi sognai di parlare di creatività e di estetica. Non è il nostro mestiere. Un edificio progettato da un ingegnere è di solito semplice, concreto, allo stesso tempo anonimo ed utilizzabile. Non necessariamente deve essere anche “brutto”: anche le coloniche toscane sono una riproduzione continua di collaudati moduli di buon senso.

Ma per fare qualcosa che lasci davvero il segno ci vuole davvero un bel colpo d’ala.

E’ proprio a questo – credo – che sono educati gli architetti durante tutto il loro corso di laurea. E’ questo il punto focale. Ho visto tante mie amiche aspiranti architette sfogliare riviste, consumare lapis, fare foto, visitare edifici. Ma le ho anche sempre viste prestar poca attenzione alla matematica, ai materiali, a tutte le cose pratiche.

Insomma, da architettura si esce preparati da infiniti esempi di estetica e con anelito tremendo a realizzarne di nuovi, avendo la consapevolezza del linguaggio del bello.

Ma per fare qualcosa che lasci davvero il segno ci vuole sempre un bel colpo d’ala. E la capacità di circondarsi delle competenze per realizzare fisicamente l’idea.

E chi il colpo d’ala non riesce ad averlo può solo continuare a riutilizzare il già visto. Un’esperienza che immagino poco avvincente.

E chi tralascia di cercare altrove (con umiltà) le conoscenze che non ha avuto dall’università, realizza progetti incompleti, non funzionali e non vivibili: persiane che sbattono sulle grondaie, aperture che per farle bisogna tagliar delle travi,  case troppo calde o troppo fredde, stanze dalla forma inutile, mobili scomodi e facili a rompersi, eccetera, eccetera.

Tutte cose che fanno incazzare a bestia noi ingegneri, che abbiamo la fortuna di fare un mestiere molto più facile.



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martedì, 11 ottobre 2005

A.A.A. casa sull'Adda cercasi



Non è bello esser toscani ed abitare in Lombardia. Cresciuto tra gli alberi e le colline, mi si stringe il cuore ogni volta che trovo quella polverina nera sulle soglie delle finestre, che sento il rumore del traffico, che mi sento strombazzare dietro quando mi fermo con il semaforo arancione.

Mi piacerebbe rientrare e trovare un posto verde e tranquillo. Un posto dove leggere un libro all'aperto ed insieme sbirciare chi passa.

Insomma, vorrei comprare una casa, anche piccola, lungo il fiume Adda.

Ma mi potrei accontentare anche del Naviglio  Martesana.

postato da: pipework alle ore 13:06 | link | commenti (6)
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lunedì, 10 ottobre 2005

Finché la barca va



Certe volte è proprio così. Ma non esageriamo.
postato da: pipework alle ore 12:00 | link | commenti (4)
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Adda



Due passi lungo l'Adda la domenica pomeriggio.

Cravatte con il nodo della domenica. Nuove mamme sempre più attempate e passeggini con gemelli (effetto delle cure per la fertilità?). Un cavallo che trotta verso sud con sopra una ragazza, un cavallo che ritorna a nord con sopra un uomo.

Si intuiscono i rossi ed i marroni dell'autunno. Bambini che guardano le anatre ed i cigni, oppure semplicemente frignano.

Una donna cammina pochi passi dietro al marito e mi fissa per vari secondi negli occhi. Ricambio.

Coppie di signori. I lui brianzoli grassocci, le lei fulve avvizzite. Pescatore con due canne, nessun pesce e figlio che si rompe.

Ragazzi giovani seduti sulla panchina che si baciano rumorosamente. Gli occhi di lei completamente aperti che seguono chi passa.

Come il carrello di una macchina da scrivere.
postato da: pipework alle ore 09:21 | link | commenti (4)
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giovedì, 06 ottobre 2005

Acquari




Ho scoperto che Singapore è anche il principale centro per il commercio dei pesci da acquario: acqua dolce o salata, passa tutto da lì. Ho passato un bel pomeriggio girando tra negozi e grossisti.
postato da: pipework alle ore 09:37 | link | commenti (8)
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