
Tornare a San Paolo, dove aveva vissuto alcuni anni, è stata un'esperienza che ha reso J. entusiasta. Ha portato me e G. a spasso per la città, a conoscere i posti che continuava a raccontarmi da mesi.
La città è piena di ombre, ma ha anche tante luci. La zona attorno alla Faria Lima, ad esempio, è piacevolissima e viva. Quella attorno a Piazza della Repubblica (non chiedetemi di ricordare come si scrive in Portoghese), caratteristica ed animata da un mercato di artigianato e pietre dure. Mi son comprato anche un geode di ametista di dieci chili, per sostituire quello che la mia ex moglie si è portata via e che ne pesava solo sei.
E poi, la vita notturna. Che a San Paolo non ha freni. Per la prima volta dopo tanti anni di viaggi sono entrato in un night.
J. ha contrattato con il buttadentro: potevamo entrare per vedere l’ambiente, senza pagare.
Andava bene. Locale grande, piuttosto affollato, tantissime donne.
Ci fanno accomodare proprio sotto ad un palchetto dove stanno ballando (meglio, dondolando) due ragazze con addosso solo un tanga. La mulatta è longilinea, belle gambe, bel sedere, seno appena accennato. La bianca è esattamente il contrario, un tantino più volgare. Nessuna delle due ha il viso che piace a me.
Arrivano delle birre e poco dopo delle altre ragazze ci si siedono accanto. Quella accanto a me è carina, ma niente di che. Mi dice come si chiama, le dico come mi chiamo. Dopo poco capisce l’aria che tira e sparisce.
Nel frattempo, ne intravedo da lontano una vestita con mutandine e reggiseno di pizzo rosa. Mi colpisce il fisico, perfetto. Non credo che lei si sia accorta della mia occhiata, anche se non ci potrei giurare. Fatto è che dopo dieci minuti era seduta accanto a me.
Mamma mia. Mi dice come si chiama, le dico come mi chiamo. E’ veramente molto bella.
Fa una mossa semplice ed efficace: mi prende una mano. Io sono particolarmente vulnerabile. Il più grosso, l’unico mio vero colpo di fulmine l’ho avuto toccando la mano di un’amica.
Sul palco c’era ora una ragazza bassetta vestita da scheletro.
Tenendomi ancora la mano, mi porta a toccarle una coscia. Morbida, perfetta. Anche nel colore, di un bronzo appena accennato.
La ragazza sul palco non è più vestita e si dimena distesa sul palco a gambe spalancate. Ma non è neppure rumore di fondo. Paula mi mette la mano sulla sua puppa sinistra (io sono toscano e le chiamo così!). Più quarta che terza, rotonda, soda.
Non c’è più bisogno che mi guidi le mani: faccio da solo. Ed è bellissimo.
Sul palco due si accoppiano svogliatamente in varie posizioni. - Sembra chissacché, ma in realtà sono marito e moglie. Hanno anche dei figli – mi dice Viviana, un’altra che era seduta alla mia destra e che parlava un inglese intellegibile.
Non può importarmene meno: scopro che un brivido involontario percorre Paula se le passo con una certa pressione le dita dalla nuca al fondo della schiena. Mi inorgoglisco un pochino, perché la immagino avvezza ad essere toccata.
Appoggio il viso sul suo seno e inspiro il suo odore. Mi passa le dita tra i capelli e mi dice di salire di sopra con lei. Scuoto la testa, continuo a respirare.
Si alza. Posso vederla da dietro. Sfioro, accarezzo, stringo il più bel sedere che abbia mai visto.
Insiste. Annuso i capelli. Le mordo il lobo di un orecchio. Lei ricambia. Insiste.
Cerco di spiegare, lentamente, in inglese ed in italiano. Ma lei parla solo portoghese.
Non ho mai toccato niente di più bello.
E’andata così per quasi tre ore e dopo l’ho pagata. Naturalmente non sono andato a letto con lei.
Non volevo rischiar di rovinare un bel ricordo.
Non mi interessa una donna se (come ho detto qualche volta, un po’ pomposamente) non posso averla tutta. O quantomeno, senza che lei me lo faccia almeno credere.
Sono uscito sereno. Indifferente a quello che Paula potesse pensare.
Ma con un certo senso di inadeguatezza.