Sono arrivato a Teheran questa notte, ma non è servito. Sapevano.
Un piccolo cartello con il mio cognome e dietro un individuo dall'aspetto innocuo. Facevano così per non creare scompiglio nella hall degli arrivi. Ma se avessi fatto qualsiasi tentativo, mi sarebbero piovuti addosso tutti assieme.
Non avevo possibilità. Stringo la mano all'individuo, sforzando un sorriso che egli ricambia.
E subito le prime domande. Sono sposato?
"No, con il lavoro che faccio ho già fatto fuori due matrimoni."
Non è esattamente così, ma certe frasi servono a costruire un minimo di maschia complicità. Non in questo caso.
"In quali paesi è successo?"
Svicolo in qualche modo la domanda, ma l'interrogatorio continua.
"Hai figli?"
"No"
"Nemmeno io, ma è meglio così, di questi tempi"
L'individuo aveva capito che non avrei parlato e stava cercando di trasformare l'interrogatorio in una conversazione sul senso della vita e sul tempo nei rispettivi paesi. Ridicolo.
Si ferma davanti ad un edificio. Faccio un timido tentativo di corruzione mascherato da mancia. Mi dice di entrare e che mi sarebbe venuto dietro per controllare. Anche lì mi aspettavano. Una scheda con il mio nome occupava proprio il centro del bancone. Poche formalità e vengo portato in una stanza al primo piano. La chiamano la numero 15.
Un sonno necessariamente tormentato. La mattina dopo li assecondo nelle loro procedure e comprendo subito che questo li gratifica. Sorridono. Imitano buffamente il suono di alcune parole italiane: non solo sono in gabbia, ma sono anche oggetto di compiacituo divertimento.
Provo a seguirli in questa cosa. Chiedo dove posso andare per passare qualche ora.
Nessuna alternativa. Con la risibile scusa che tutta Teheran era chiusa per una festività religiosa, mi si dice di andare ad un certo parco. Vado, accompagnato da un individuo diverso da quello della sera precedente.
Riesco a distrarlo al momento di scendere dall'auto. Mi nascondo nel parco. E' facile: i persiani sono molto simili a noi italiani... Se non fosse per il colore degli occhi!
Ecco, una ragazza che fingeva, come tutti, di fare un picnic mi riconosce e grida (per questo la foto sopra è un po' mossa). E subito vengo attorniato da un gruppo di giovani agenti.
La mia ora d'aria era finita. Il mio morale abbattuto, secondo gli scopi delle loro tecniche. Gli agenti si divertivano a schernirmi (foto sotto).
Riaffidatomi alle cure dell'individuo che mi aveva portato al parco, eccomi di nuovo nella stanza 15.
Nell'attesa di cosa decideranno per me domani.