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lunedì, 30 marzo 2009

Un caffè e quattro tè






Avevo fatto bene la mia parte di turista. Mi avevano addirittura tirato dentro un ristorante con vista sull'attracco, con americani, francesi, giapponesi.

Il caffè, però, lo volevo serio.  Giro il paese, ci voleva ben poco. Un posto mi ispira di più. Vecchio, polveroso, pieno di gente che fuma.

Il posto adatto per un caffè turco? Entro.

I tavoli sono pieni di tessere cn incisi sopra dei numeri. Qualcosa tra lo Scarabeo ed il domino. Tutti giocano con professionalità, in silenzio. Si sente solo il rumore delle tessere.

Mi avvicino a quello che sembra il banco del bar. Un vecchietto con cappello Adidas, quasi una papalina, mi guarda interrogativo. Sorrido e chiedo un caffè. Annuisce.

Al tavolo proprio accanto c'è una sedia libera, in angolo. Chiedo ad uno dei quattro giocatori se posso sedermi. Quello più vicino annuisce, anche lui. Senza distogliere lo sguardo dalle tessere, mi allunga una delle sue sigarette.

Ringrazio e fumo. Cerco di capire come funziona il gioco, ma non ne vengo a capo. Inutile sforzarsi, in fondo quel che mi piaceva non era il gioco, ma l'atmosfera che mi ricordava tanto le vecchie case del popolo in Toscana. Tiro fuori la Canon e brocciolo in Inglese se posso fare delle fotografie. Sono sicuro che non mi abbiano capito, ma hanno visto la macchina e annuiscono. Ovviamente.

Il mio vicino segna i punti su un foglietto. Intanto arrivano quattro tè per i giocatori ed un caffè per me. Lascio depositare la polvere mentre continuo a guardare. Buono. Il caffè che cercavo.

Finita un'altra mano, uno dei giocatori, mi chiede in francese se conosco il francese. Dico di sì e lui infila cinque minuti buoni di turchese. O forse era proprio francese, ma troppo veloce per me. Spiccico qualche parola in risposta e sorrido. Annuisco anch'io.

Ma è già tardi, il traghetto sta per ripartire. Mi alzo, saluto e mi volto verso il banco del bar. Mi trovo di fronte il barista che sorride mentre mi allunga una sigaretta. Scuote la testa ed indica il mio vicino: aveva pagato lui.

Una pacca sulla spalla, un grazie, e me ne vado.
postato da: pipework alle ore 23:34 | link | commenti (18)
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sabato, 28 marzo 2009

Golfo





Masticavo i granelli di sabbia che il vento mi metteva in bocca. Era domenica mattina, non faceva caldo ed il mio maglioncino di cachemire ci voleva tutto.
Anzi, mi stupivo della protervia di tutti gli altri. Come potevano mettersi in maniche corte solo per questioni di latitudine?

Poca gente a giro. Nessun locale, solamente i soliti pakistani. Uno o due occidentali che facevano footing, la solita umidità. Tanto vento.

Un lungo parco, completamente vuoto. Mi fermo davanti ad un cartello minaccioso: hanno fatto i divieti, mancano i contravventori.




Proseguo la mia passeggiata. Incrociando qualcuno abbassavo lo sguardo. I Pakistani invece no. Continuavano a fissare, con quell’alterigia che avevo visto in un paio di film di Pontecorvo.

Le donne erano quasi inesistenti. Quelle poche uscivano da una porta di un palazzo per rientrare subito in un altro. In quei momenti abbassavo platealmente la macchina fotografica, per dimostrarmi innocuo.

E quindi le poche foto sono state ai palazzi di vetro, che si distinguevano l’un l’altro solo per il particolare di un arabesco.




Fortuna che il giorno dopo sarebbe cominciato il lavoro.
postato da: pipework alle ore 23:40 | link | commenti (2)
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domenica, 22 marzo 2009

Volontariato





Non so. Sarà per la crisi, per la monotonia di una vita solo lavoro e poco altro... Per la tristezza che mi ha dato vedere quelle tombe sguarnite...

Insomma, ho trovato l'attività di volontariato che fa per me.
postato da: pipework alle ore 08:58 | link | commenti (7)
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mercoledì, 18 marzo 2009

Sciopero!





-Lo sciopero?! Santo Cielo!-

Spengo il portatile, mi metto il giaccone, prendo l’ascensore, mi imbuco in metropolitana. Sono le cinque e un quarto. Lo sciopero inizia alle sei. Sono tranquillo.
Passa una metro per Cologno. Il cartello dice che tra due minuti e mezzo arriva la mia: la vedo già, è ferma in Centrale. Stringo gli occhi per aguzzar la vista e veder la gente che sale.

Il cartello: - Non oltrepassare la linea gialla; treni per Cologno/Gessate; due minuti e mezzo; non oltrepassare; treni per; due minuti e mezzo; non oltrepassare; treni per; due minuti e mezzo…-

Una ragazza dal bel viso (ma appena sovrappeso) inizia a sbuffare. La guardo sorridendo: - Lo fanno apposta, per innervosirci…- Mi guarda tra l’impaurito e lo stupito per questa mia confidenza. Nel frattempo anche un’altra ragazza, questa davvero bella, inizia le sue escandescenze al telefonino.
Cinque e mezzo. Arriva il treno. Deborda. Io e la ragazza più bella riusciamo a salire dalla porta in testa alla prima carrozza. A Loreto scendono pochi, salgono molti. Il conduttore, la voce quasi rotta, chiede di non appoggiarsi alle porte. Gli altoparlanti sulla banchina dicono di non insistere nella salita, perché stanno arrivando treni con maggiori possibilità di carico. Vedo le facce del muro di gente, un po’ sono esasperati, un po’ se la ridacchiano.

Qualche tentativo e le porte si chiudono. La ragazza bella scorge un’amica tra la calca. La saluta urlando. E quella, sempre urlando, le dice che in Centrale li avevano fatti scendere tutti a causa delle porte che non si chiudevano e poi li avevano fatti risalire.

Mi inizio a rilassare, nonostante la calca e le porte che faticano a chiudersi ogni volta.  Sorrido complice  alla ragazza bella e ad un’altra, bassina: noi ce l’abbiamo fatta.
Passiamo Piola e Lambrate con un po’ di fatica, ma ad Udine non c’è niente da fare. Il conduttore spegne tutte le luci ed intima di scendere. Sono quasi le sei, l’ora dello sciopero. E ora?

Mi avvicino alla porta della cabina del conduttore, aperta. Chiedo perché piuttosto non riprovi ancora ed ancora. Mi risponde che non c’è niente da fare ed avrebbe dovuto andar via fuori servizio già a Loreto. Scuoto la testa sconsolato e mi sposto.
Vedo che dietro di me si è formata una fila. Mi stupisco del fatto che ogni tanto, in condizioni così strane, Milano recuperi il suo antico ordine. E quindi, uno ad uno:
-    Mi dia nome e numero di matricola, voglio fare una protesta all’ATM!
-    Me li dia anche a me, che la devo denunciare!
-    Vergogna, noi siamo gente che lavora come voi!
-    ….

Nel frattempo io, altri, quasi tutti, eravamo rientrati nelle carrozze. Ad un certo punto il conduttore riprova a chiuder le porte (gli ultimi della fila devono essere andati veramente sul pesante). Si riparte.

Uniti dalla vittoria, si iniziano a crocifiggere i dirigenti ATM, viene espressa solidarietà ai dipendenti, ma la colpa è di chi ci governa… I luoghi comuni rotolano attraverso la carrozza, mentre la gente si parla con confidenza. Mi scanso, mi abbasso, schivo… Ma alla fine vengo trafitto da uno sguardo in cerca di approvazione. Era una donna - classe ’61, come aveva confidato poco prima ad un’anziana signora – che aveva appena detto che a Bologna probabilmente si vive meglio che a Milano.
A Gobba ci risiamo. Il treno non riparte. Il brusio diminuisce. Dieci lunghi minuti in cui gli altri treni ci passano avanti… Poi le porte si chiudono.
Riesco persino a sedermi senza dover rubare il posto a nessuna vecchina.

Alle sei e mezzo entro in casa.
postato da: pipework alle ore 22:41 | link | commenti (4)
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martedì, 17 marzo 2009

Basta la foto




Lì per lì ho pensato di lanciarmi in una filippica sula religione. Ma la foto basta.
postato da: pipework alle ore 22:59 | link | commenti (5)
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sabato, 14 marzo 2009

Consuetudini




Un turista se lo aspetta. Percorrere il Bosforo, arrivare all'ultimo paesino prima del Mar Nero e non esser assaliti da persone che ti propongono di andare proprio in quel dato ristorante... Sarebbe come esser rimasti a casa.

E' un piccolo rito che si ripete normalmente e che è necessario, anche se ormai nessuna delle parti si profonde in sforzi particolari.

Come dimostra il suadente dandy della foto.
postato da: pipework alle ore 10:36 | link | commenti (2)
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giovedì, 12 marzo 2009

Risoluzione piena





- Scusami, la tua è una macchina professionale?
- Professionale, no. Però è una buona macchina.
- E stai usando un treppiedi?
- Una specie, sì.
- Allora non si può.
- Come non si può?! Fate fare le foto con il flash e non vi va bene il treppiedi?
- Con il flash le foto non vengono, con il treppiedi sì. E come faremmo a vendere i poster?

Spero comprendiate che la tentazione di mettere in linea una foto a risoluzione piena della Cisterna Basilica di Istanbul è stata davvero troppo forte.

Servitevi, cliccate sulla foto e scaricate. E' tutto gratis (ma lasciatemi i credits!).
postato da: pipework alle ore 23:44 | link | commenti (9)
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martedì, 03 marzo 2009

Una madeleine anche per me




Sono passati un po’ di anni, ormai. Rientravo dal mio secondo viaggio di lavoro. Accanto a me, in aereo, sedeva un Pakistano. Non mi ricordo come si chiamava, né, dato che sono poco fisionomista, la sua faccia. Di sicuro era gentile.

 

Mi parlava di sé. Dopo tanti anni passati all’estero era riuscito a mettere assieme i soldi per tornare in Pakistan, comprarsi una casa e metter su famiglia.

Era felice. Raccontava di tutti i suoi figli… Parecchi, mi sembra di ricordare. Poi mi mostrò la foto della figlia cui voleva più bene, una bimba con un handicap.

Faceva il consulente e ne traeva abbastanza da dare ai suoi un’esistenza agiata. Mi chiese cosa facessi io e gli spiegai che ero un ingegnere chimico che lavorava da pochi mesi. –No -chiarii subito- gli ingegneri non sono trattati così bene. Pensa che mio padre mi ha aiutato a pagare l’affitto fino a poche settimane fa.-


Era gentile. Facemmo scelte diverse per il pasto: ad un certo punto inforcò un boccone dal suo piatto e me lo passò sorridendo: “Assaggia!”

Alla fine si frugò in tasca, tirò fuori una manciata di semini aromatici e me li offrì.


L’aereo fece scalo in Bahrain. Mi avevano raccontato mirabilia del duty free di quell’aeroporto ed avevo in mente una cosa da regalarmi. Il Pakistano, per ingannare l’attesa, mi accompagnò.

Comprai la mia prima stilo seria, una Montblanc. Il Pakistano mi guardava compiaciuto.

Tornati sull’aereo, dopo un po’, mi chiese titubante se potevo regalargli la scatola della penna. Devo aver fatto tanto d’occhi, mentre gliela passavo. Infatti spiegò:- Mi ci vogliono due mesi per guadagnare i soldi che tu hai pagato per la tua penna. Se non gli faccio veder la scatola, i miei amici non mi crederanno mai!-

E rise.

 

I piedi della foto appartengono ad altri Pakistani che stanno appunto lavorando per mettere assieme i soldi per farsi casa e famiglia.

postato da: pipework alle ore 18:08 | link | commenti (5)
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