
Sono passati un po’ di anni, ormai. Rientravo dal mio secondo viaggio di lavoro. Accanto a me, in aereo, sedeva un Pakistano. Non mi ricordo come si chiamava, né, dato che sono poco fisionomista, la sua faccia. Di sicuro era gentile.
Mi parlava di sé. Dopo tanti anni passati all’estero era riuscito a mettere assieme i soldi per tornare in Pakistan, comprarsi una casa e metter su famiglia.
Era felice. Raccontava di tutti i suoi figli… Parecchi, mi sembra di ricordare. Poi mi mostrò la foto della figlia cui voleva più bene, una bimba con un handicap.
Faceva il consulente e ne traeva abbastanza da dare ai suoi un’esistenza agiata. Mi chiese cosa facessi io e gli spiegai che ero un ingegnere chimico che lavorava da pochi mesi. –No -chiarii subito- gli ingegneri non sono trattati così bene. Pensa che mio padre mi ha aiutato a pagare l’affitto fino a poche settimane fa.-
Era gentile. Facemmo scelte diverse per il pasto: ad un certo punto inforcò un boccone dal suo piatto e me lo passò sorridendo: “Assaggia!”
Alla fine si frugò in tasca, tirò fuori una manciata di semini aromatici e me li offrì.
L’aereo fece scalo in Bahrain. Mi avevano raccontato mirabilia del duty free di quell’aeroporto ed avevo in mente una cosa da regalarmi. Il Pakistano, per ingannare l’attesa, mi accompagnò.
Comprai la mia prima stilo seria, una Montblanc. Il Pakistano mi guardava compiaciuto.
Tornati sull’aereo, dopo un po’, mi chiese titubante se potevo regalargli la scatola della penna. Devo aver fatto tanto d’occhi, mentre gliela passavo. Infatti spiegò:- Mi ci vogliono due mesi per guadagnare i soldi che tu hai pagato per la tua penna. Se non gli faccio veder la scatola, i miei amici non mi crederanno mai!-
E rise.
I piedi della foto appartengono ad altri Pakistani che stanno appunto lavorando per mettere assieme i soldi per farsi casa e famiglia.